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Silvio Gambini
Data di nascita18 agosto 1877
Data di morte17 ottobre 1948
Paese di nascitaItalia
Opere principaliMolini Marzoli Massari

A cavallo tra il XIX e il XX secolo, la penisola italiana era da poco stata unificata sotto il Regno d’Italia. Sul trono sedeva re Umberto I, a cui succedette il figlio Vittorio Emanuele III nell’anno 1900.
È in questo periodo che, il 18 agosto 1877 nasce a Teramo, da una famiglia di modeste origini, Silvio Gambini. Cresciuto nell’allora regione degli Abruzzi e Molise, si diploma, all’età di 20 anni, Perito Agrimensore al Regio Istituto Tecnico “Vincenzo Comi”, nella sua città natale. Dopo aver frequentato per un paio di anni lo studio dell’ingegner Michele Passeri a Teramo, Gambini si trasferisce a Castano Primo (VA) dove lavora per lo zio Vincenzo, di professione procuratore legale. Contemporaneamente, inizia a lavorare presso l’ingegner Ercole Seves e, successivamente, presso lo studio dell’ingegner Gaspare Tosi. Nel 1899 inizia a lavorare presso l’Ufficio Tecnico del Comune di Busto Arsizio come disegnatore.
La sua carriera inizia proprio in quel di Busto Arsizio, città che nei primi del Novecento vedeva come tipologia architettonica prevalente la corte frammista all’industria. Esisteva nella città un asse preferenziale di sviluppo, nella zona est dell’abitato, lungo la via XX settembre. Dal 1901, lavora come collaboratore e progettista nello studio dell’ingegner Guazzoni, alla condizione di poter progettare ed eseguire lavori in proprio. La figura di questo ingegnere sarà fondamentale per la carriera del Gambini, soprattutto per quanto riguarda il complesso della Molini Marzoli Massari, che verrà qui preso in esame più avanti. Tra il 1906 e il 1908, Gambini inizia una collaborazione con l’architetto milanese Giuseppe Sommaruga (1867-1917), da cui trarrà, nel corso della sua carriera, grande ispirazione. Questo periodo a cavallo tra due secoli è caratterizzato, a Busto Arsizio come in molte altre zone d’Italia, dalla nascita di nuovi servizi dovuti allo sviluppo della scienza e della tecnica in diversi campi. Per esempio, viene introdotta l’energia elettrica, di importanza fondamentale per lo sviluppo delle industrie tessili; da non dimenticare che Busto Arsizio veniva spesso definita come la “Manchester d’Italia” o la “città delle 100 ciminiere” proprio per lo sviluppo che l’industria ebbe sul territorio, anche grazie a figure quali l’imprenditore Enrico Dell’Acqua (1851-1910), considerato il pioniere dell’esportazione cotoniera in Italia, o Cristoforo Benigno Crespi (1833-1920), imprenditore che fondò lo stabilimento e il villaggio operaio di Crespi d’Adda, presso Capriate San Gervasio (BG). Tutto ciò portò ad un’ascesa della classe imprenditoriale, che vedrà al suo interno i principali committenti per il Gambini.

Le idee che si andavano consolidando negli altri paesi europei, giunsero in Italia attraverso le riviste di architettura e l’Esposizione di Torino del 1902, basilare per la formazione di Silvio Gambini. Era propria dell’architetto bustese un’apertura ad altre tendenze, che lo portò a sviluppare il proprio stile nel corso degli anni. La sua ispirazione ad altri mutamenti era però sempre vista come un’analisi e reinterpretazione critica, mai come mera copia. Ma ci sono delle eccezioni, come il primo progetto per un’edicola funebre in memoria di un certo signor Lualdi nel cimitero di Busto Arsizio, dei primissimi del Novecento: qui il riferimento allo stile gotico è quasi ridotto a semplice copia.
In molte opere del Gambini si trova una certa componente eclettistica (orientamento d’Oltralpe, ispirazione austriaca, Liberty). Questa componente è particolarmente evidente in alcuni villini realizzati tra il 1904 e il 1906.

Tornando all’influenza del Sommaruga sul Gambini, l’architetto milanese concepisce il manufatto architettonico nella sua totalità e alle sue differenti scale. Anche il Gambini, sulla sua scia, farà proprie queste concezioni. Ne è un esempio Casa Rena in piazza Garibaldi a Busto Arsizio, costruita nel 1906, anno in cui inizia la collaborazione con il Sommaruga (e oggi demolita). In questo edificio era evidente il ruolo svolto dalle decorazioni sulle pareti murarie, che in alcuni punti appaiono addirittura esuberanti e autonome rispetto alla complessità dell’edificio. Caratteristica che si trova anche a Milano, in Palazzo Castiglioni a Milano, in corso Venezia, proprio opera del Sommaruga.
Riguardo alla tipologia interna, Casa Rena rientra nella serie dei temi tipici della progettazione gambiniana, riferibile alla tipologia del villino o palazzina destinata alla borghesia industriale.
Influenze sommarughiane si ritrovano anche nella Palazzina Castiglioni costruita nel 1907 sempre in piazza Garibaldi a Busto: in questo edificio il riferimento nella definizione sia dell’insieme che nei particolari costruttivi è palese, soprattutto per l’ultimo piano, che ricorda Palazzo Castiglioni a Milano.
Come dice Susanna Leoni, «è un linguaggio forse un po’ imponente e grave, ma che comunque non ha nulla da spartire con quel “Liberty alla moda” tipico di parte della produzione milanese di quel periodo».
Un'altra costruzione che rende evidente l’influsso del Sommaruga, è la cappella Gagliardi nel cimitero di Sacconago: è un’opera di considerevoli dimensioni che creano, rispetto alle altre tombe, una sensazione di fuori scala, sottolineandone la presenza e l’importanza. «I motivi floreali e vegetali della decorazione e le teste di gufo», sempre citando Susanna Leoni, «emergono come mostri da un groviglio plastico, tipico del Sommaruga», a differenza di altre cappelle funerarie del Gambini, come, per esempio, Cappella Papagni (vedi immagine n. 17). Da evidenziare le inferriate in ferro battuto, disegnate sempre da Gambini, che sono una caratteristica fondamentale dell’architetto bustese (vedi immagine n. 18). Infatti, Gambini pubblicherà nel 1911 una cartella con 35 tavole di disegni per cancelli e inferriate presso l’editore Preiss di Milano, e vincerà, nello stesso anno, un premio per i suoi ferri battuti eseguiti dalla ditta “Bertolini e Perrone” di Borgosesia.

Altri modelli di derivazione stilistica per Gambini sono quelli di Victor Horta (1861-1947), Josef Hoffmann (1870-1956) e Otto Wagner (1841-1918), come per esempio la linea curva, l’asimmetria e il dinamismo. Gambini svilupperà anche la sua vena di designer di mobili, soprattutto nelle sale da pranzo, studi e camere da letto.

Gli schizzi del Gambini successivi al 1906 mettono in evidenza forme più spaziali rispetto a quelle dei Molini Marzoli Massari, come per esempio Villa Leone (19010) in via XX settembre a Busto Arsizio, o Villa Angeletti, detta “La Palancola” (1612, oggi demolita) a Firenze. Quest’ultima può essere considerata l’opera più compiuta e tra le più significative dell’architetto. In questa villa i movimenti volumetrici caratterizzati da orizzontalità e verticalità che si fanno da contrappunto creano un effetto del tutto particolare. Questa villa, secondo R. Bossaglia nel suo libro “Il Liberty in Italia” sembra quasi «un monumento al modernismo perduto». È l’ultima costruzione del Gambini in cui si fanno sentire in maniera evidente riferimenti classici. Villa Leone (oggi Della Bella) fu pensata dal Gambini con particolare attenzione per gli apparati decorativi e gli arredi. Questa villa indica che Gambini è ad una svolta e che fa subentrare un’autonoma definizione del linguaggio formale, dopo aver lentamente abbandonato le influenze sommarughiane.

Dopo la prima guerra mondiale lo stile Liberty poteva considerarsi defunto, e anche Gambini evita le tentazioni di un Liberty ormai in declino proponendo, soprattutto alla ricca borghesia, nuove morfologie. L’opera che viene considerata come “tramite” tra il periodo Liberty e il Déco è la casa progettata per la sua famiglia, il Villino Dircea Gambini (così si chiamava la moglie) situato in via Mameli. Nella costruzione, risalente al dopoguerra, padroneggiano un modo che privilegia una nuova “razionalità” dei volumi e delle ornamentazioni più pulite e geometrizzanti.

Con l’avvento del fascismo (1922) le esportazioni di merci si ridussero di colpo. Si cercò di uscire dalla crisi favorendo i concentramenti dei complessi industriali e rivalutando la lira nei confronti di altre monete. A Busto Arsizio si favorì la ricerca di prodotti sintetici che rendessero l’economia indipendente dai prodotti importati dall’estero. Così, le industrie tessili sostituirono, in molti manufatti, il cotone e la lana con prodotti sintetici come il fiocco di cellulosa o il lanital da caseina. Il nuovo regime diede all’economia italiana un’organizzazione statale in senso dirigistico e totalitario. Fu in quegli anni che venne realizzata la nuova sede ferroviaria e, nel 1924, inaugurata la nuova stazione ferroviaria di Busto Arsizio da Benito Mussolini. Tre anni più tardi Varese fu elevata a capoluogo della nuova provincia lombarda (secondo alcuni in seguito allo sgarbo subito da Mussolini durante l’inaugurazione della stazione di Busto Arsizio, quando i cittadini si dimostrarono indifferenti, mostrando invece il loro entusiasmo per il cardinale bustocco Eugenio Tosi, in visita pastorale in quei giorni. Per questo la città di Varese sarebbe stata preferita a Busto Arsizio, che sarebbe quindi rimasta una città ai limiti della provincia di Varese, a cavallo con quella di Milano). Ovviamente, il capoluogo fu preferito ai centri minori (tra cui Busto) per la realizzazione di opere pubbliche; inoltre, i nuovi organi provinciali dovevano essere sistemati in edifici, spesso di nuova costruzione, a Varese, finanziati e mantenuti con tributi, che Busto versò in modo rilevante.

L’attività del Gambini riprese, in modo intenso e spesso a scapito della qualità, nel decennio tra il 1920 e il 1930. Le influenze degli anni ’20 sul Gambini non sono riconducibili a personalità per precise (fatta forse eccezione per Raimondo D’Aronco), ma sono piuttosto più generalmente riconducibili ad un certo gusto affermatosi in tutti i campi delle arti applicate (dalla grafica all’arredamento, all’architettura). L’accento distintivo del gusto per l’Art Déco è ritrovabile nella predilezione per la linea circonvoluta, ma secca, per gli andamenti spezzati e angolosi, per i florealismi tendenti alla simmetria stilizzata, per le forme squadrate e geometriche in un’accezione monumentale e al tempo stesso fastosa e funerea. Fu in questi anni che venne aperta l’autostrada dei Laghi verso Varese e Sesto Calende, a anche a livello urbano vennero prese importanti decisioni relativamente alla viabilità del centro storico di Busto Arsizio. Nel 1928, inoltre, i comuni di Sacconago e Borsano vennero accorpati a quello di Busto, diventandone frazioni già fortemente industrializzate, mentre la situazione industriale bustese poteva già dirsi normalizzata nel 1927, come dimostrato dal censimento industriale dello stesso anno. È in questo contesto che Gambini ritrova una maggiore rinomatezza e popolarità tra le nuove classi della borghesia emergente. È in questo periodo che nascono edifici come le Fonderie Tovaglieri (1923-1926) e il complesso Musarra e Meraviglia (1926) a Canegrate, ora distrutto. Quest’ultimo è interessante per un curioso padiglione smontabile per teatro, che era stato previsto tra i reparti della ditta e di cui resta testimonianza in uno schizzo conservato presso la biblioteca civica di Busto Arsizio. Il nuovo gusto geometrizzante va dunque ad investire anche le fabbriche. È sempre del 1926 il Palazzo Frangi, che voleva essere il biglietto da visita per le persone che scendevano dal treno e, uscite dalla stazione (inaugurata, come già detto, due anni prima), si ritrovavano in piazza Volontari della Libertà. La casa fu eretta in stile neoeclettico, attentamente curata negli ornamenti e nei ferri battuti delle finestre al piano terra e dei balconi dell’ultimo piano. Purtroppo, di questo edificio fu realizzata solo una parte (quella di destra ponendosi con le spalle rivolte verso la stazione), in quanto ci furono dei contrasti tra i proprietari dei lotti sui quali doveva sorgere l’edificio.

Sempre relativamente all’attività del Gambini negli anni ’20, non si può tralasciare il rifugio “Città di Busto Arsizio” nell’Alta Val Formazza. Qui il Gambini non si fece dominare dalla retorica in cui poteva facilmente cadere, considerata anche la destinazione dello edificio; questo forse perché fu aiutato dai sempre apprezzati insegnamenti della Wagnerschüle. Dall’analisi delle opere del periodo 1918-1928, è emerso quindi che i meccanismi concettuali che hanno condotto il Gambini, durante il periodo Déco, ad una determinata organizzazione tipologica dell’alloggio, non sono stati sostanzialmente differenti da quelli elaborati precedentemente, durante il periodo Liberty. La distribuzione interna dell’abitazione non subisce quindi modificazioni derivanti da una accresciuta maturità riguardo a problemi specifici attinenti la residenza. Come nel Liberty, ritroviamo lo spazio adiacente all’ingresso detto “vestibolo” e destinato a “disimpegno” ai vari locali, sia al piano terreno che a quelli superiori. Per quanto riguarda specificatamente le opere gambiniane, non vengono risolti diversamente gli sprechi di spazi degli edifici ed una certa situazione di percorsi interni e di distribuzione nei singoli locali non sempre ottimale. Le uniche differenze, dunque, si limitano esclusivamente alla decorazione della “pelle” dell’edificio, che si riduce drasticamente nell’esaltazione, a volte fin troppo ostentata, della linea curva e delle ondulazioni superficiali. Oltre a questo fatto, emerge quella che è la caratteristica gambiniana e che consiste in un utilizzo quasi sobrio di fregi e decorazioni in genere.

Nel 1928 Gambini progetta la prima costruzione che risente degli influssi, per lo meno a livello formale, del gruppo dei novecentisti milanesi. In questo periodo, e fino al 1937 (anno di approvazione del P.R.G.), il centro cittadino di Busto Arsizio è caratterizzato dalla tipologia condominiale, mentre nell’area est della città (viale Duca d’Aosta, corso XX settembre e via Mameli), affiancata a questa tipologia troviamo quella del villino della classe abbiente bustese.

Sempre nel 1928, il 24 marzo, Silvio Gambini assume il titolo di architetto, conferitogli dall’allora ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele. Gambini, come testimonia il figlio Ivanhòe, era un repubblicano convinto, ma si rese conto che il modo migliore per poter convivere col fascismo consisteva nel sottostare ai suoi voleri; con questo comportamento riuscì ad evitare ogni tipo di fastidio e a continuare a lavorare come aveva sempre fatto, anche se, da alcune sue lettere, sembra trasparire una soddisfatta adesione alle direttive del regime fascista stesso.

Il primo progetto gambiniano a discostarsi nettamente dal suo precedente disegno Déco è un’idea per il Lido di Arona del 1931 e mai realizzato: i caratteri decorativi sono praticamente scomparsi ed è presente un primo tentativo di trattare i singoli volumi come forme geometriche. Un elemento che vuole significare una rottura con il passato, e nuovo per il Gambini, è l’adozione dell’ampia vetrata, che sembra addirittura preludere a quei tentativi di eliminazione fra interno ed esterno i quali saranno propri del movimento moderno. A tradire una concezione “moderna” dell’edificio non stanno tanto le 4 colonne all’ingresso o altre “pesanterie” di facciata, quanto piuttosto l’impostazione della pianta, ancora una volta pienamente Liberty. Basta analizzare, a conferma di quanto detto, la distribuzione interna delle varie parti dell’edificio e l’enorme superficie destinata all’atrio, che denota uno spreco di spazio contro il quale stavano già combattendo sia il gruppo del “Novecento” milanese che il Movimento Moderno. Appaiono molto sacrificati, in rapporto alla superficie di disimpegno, tutti i servizi, che sono ancora una volta smistati dall’atrio. Già da questo progetto si nota che Gambini dà importanza all’involucro esterno ma resta completamente estraneo ad una maturazione concettuale nei riguardi dell’interno degli edifici: maturazione che in quel periodo era caratteristica della stessa corrente novecentista e razionalista: ancora nel 1930, dunque, è un artigiano liberty che si porta appresso un bagaglio culturale arretrato. Tuttavia, in alcuni progetti degli anni successivi è presente una certa ricerca tipologica per quanto riguarda la parte distributiva.

Nella casetta di Olgiate Olona per il signor Gaetano Colombo (1932), i riferimenti ai modi razionalisti sono evidenti nella individualità compositiva dei singoli elementi, che ne permette una progressiva eliminazione fino alla riduzione e alla sola costruzione necessaria e al solo volume; riduce le finestre e delle bucature quadrate e rettangolari ed è evidente una certa nudità della facciata, arricchita solo da pochissimi elementi decorativi, costituiti in questo caso dalla pietra a vista utilizzata in fasce orizzontali nella fronte bassa dell’edificio; non viene invece utilizzato il tetto piatto, che ben si presterebbe a sottolineare la volumetria pura dei diversi elementi ella costruzione. La tipologia rimane ancora alle reminescenze del Liberty: il vestibolo all’ingresso funge ancora una volta da spazio distributivo ai singoli locali aventi una superficie, per quanto riguarda le camere, che supera i 20 mq mentre, contemporaneamente, i razionalisti progettavano locali attorno ai 12 mq; questi ultimi, inoltre, eliminavano totalmente le stanze “per ricevere” che si identificavano, nella nuova edilizia, con la sala divisa in soggiorno e stanza da pranzo, attraverso un setto di muro con arco.

Nel 1933, in collaborazione con gli architetti Paolo Mezzanotte (che aveva inaugurato l’anno prima l’omonimo Palazzo delle Borse a Milano), Giulio Minoletti, Castiglioni e Granelli, vince, con il progetto “Pentagono” il primo premio del concorso per il P.R.G. di Busto Arsizio. Nello stesso anno partecipa anche al concorso per il P.R.G. di Gallarate (aggiudicandosi il secondo posto) e di Como (guadagnando il quinto posto). Il 4 agosto 1936 Gambini viene nominato Fiduciario della Sezione Provinciale di Varese del Sindacato Interprovinciale Fascista Architetti. Il suo ultimo lavoro è datato 1948, quando partecipa al concorso per il P.R.G. della città di Busto Arsizio in collaborazioni con altri progettisti bustesi. Muore il 17 ottobre nella sua abitazione di via Mameli 17, a Busto Arsizio.

Bibliografia Modifica

  • Comune di Busto Arsizio, Silvio Gambini – La carriera di un architetto tra Liberty e Razionalismo, Arti Grafiche Baratelli, Busto Arsizio, 1992
  • Susanna Leoni, Silvio Gambini: un artigiano dell’architettura, Tesi di laurea A.A. 1985/’86, Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, relatori: arch. A. Alpago Novello, arch. G. Gambassi Pensa
  • AA.VV., Molini Marzoli Massari un recupero d’eccellenza, Macchione Editore, Varese, 2002
  • AA.VV., Busto Arsizio. Architetture pubbliche, Grafiche Casbot, Samarate, 1997

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