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Il territorio dell'architettura
AutoreVittorio Gregotti
Anno di pubblicazione1993
GenereSaggio
SottogenereArchitettura

Contenuti in breve
Gregotti si pone la domanda: "Di cosa è fatta la cosa dell’architettura?" E risponde dicendo che si tratta della forma delle nostre materie ordinate allo scopo dell’abitare, del produrre e rivelare luoghi come cose: il suo compito è dare significato all’intero ambiente fisico. È uno dei libri più importanti del celebre architetto italiano.

RiassuntoModifica

L’autore ripone la sua attenzione principalmente sulla figura dell'architetto, in quanto soggetto operante, e su quella dell'architettura in quanto essenza, attività e prodotto.

Nel corso dell’esposizione, numerosi interrogativi investono il primo soggetto circa il suo ruolo nel passato, nell’attuale società, e i risvolti possibili legati al suo avvenire. Infatti questo evidente cambiamento discende dall’affermarsi della moderna tecnologia e delle nuove tecniche, che hanno intaccato il suo ruolo da solista che un tempo deteneva in quanto unico artefice e responsabile delle sue creazioni. Oggi l’affermarsi di nuovi mestieri e la ripartizione dei compiti ha sicuramente ristretto il suo campo lavorativo. Ma ciò che l’autore tiene a sottolineare è che la parte più importante dell’elaborazione e conseguente realizzazione del progetto, la capacità creativa, intesa come misto di originalità e inventiva, è ancora ambito esclusivo dell’architetto.
Quanto all’architettura, invece, viene riconosciuto come suo scopo quello di ordinare razionalmente l’ambiente circostante, al fine di migliorare qualitativamente l’assetto urbano instaurando relazioni tra i vari elementi e le rispettive funzioni dell’ambiente fisico. A tal fine l’architetto nella sua attività deve, di conseguenza, attenersi ai canoni di rispetto del paesaggio esistente e bilanciare questi ultimi con l’interesse al progressivo sviluppo che le città moderne inseguono.
Ciononostante per l’autore costituiscono campanelli d’allarme l’avanzato svuotamento di importanza e significato dell’architettura stessa e delle sue creazioni. Infatti viene rilevato un profondo divario tra le manifestazioni finite del passato e le asettiche e indifferenti realizzazioni delle costruzioni odierne.

Il libro affronta il tema del rapporto tra l'architettura e l'ambiente, in quanto luogo in cui essa si realizza, prende forma, ma anche dal punto di vista di ciò che la stessa ridà indietro come valore di comunicazione estetica, oltre che decisione della sua suddivisione pratica e valorizzazione. L’intervento architettonico cambia il paesaggio, lo modifica, lo stravolge entrando in contatto con esso e costituendone un nuovo aspetto. Si attua così una riconfigurazione dell’aspetto urbano che tende a fare emergere altresì la centralità sociale della città, come luogo di incontro degli appartenenti alla comunità sociale, confronto delle loro visioni individuali e interazione delle stesse.

Inoltre, Gregotti affronta il tema della storicità dell’architettura e dei suoi materiali in quanto frutto di una continua sedimentazione, di ciò che ne deriva dal rapporto con il passato e ciò che viene eletto dalla tradizione a elemento fondamentale e irrinunciabile. Analizza l’ architettura in quanto documento per altre discipline, ma analizza anche il fatto di assumere nel tempo il compito di testimoniare l’avvenimento storico.
La storia viene concepita come presa di coscienza, terreno da attraversare per raggiungere la struttura delle cose, ma che è necessario lasciare al momento di trasformare le cose stesse, quindi un prezioso bagaglio culturale, utile nella sfera soggettiva ma non suscettibile di ulteriori rivisitazioni.

In ultima analisi, il mestiere dell’architetto risponde al bisogno più sottile dei cittadini, non già quello di realizzare un miglioramento funzionale o meramente estetico del contesto in cui questi sono inseriti, bensì quello di reperire strutture in grado di configurarsi come strumento di semplice servizio, per le più comuni esigenze, per le necessità contingenti e per le aspettative future.

Resta solo da chiedersi cosa, alla luce delle preoccupazioni espresse da Gregotti, ne sarà in futuro del mestiere dell’architetto.

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