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Gipsoteca canoviana
ProgettistaCarla Scarpa
CommittenteSoprintendenza delle Belle Arti
AnnoCostruzione1957
NazioneItalia
CittàPossagno

La Gipsoteca canoviana è un museo situato a Possagno (Provincia di Treviso) dedicato alle opere dello scultore Antonio Canova (1757-1822). Fu voluta dal fratellastro dell'artista, Giovanni Battista Sartori, per raccogliere i modelli in gesso, i bozzetti in terracotta, alcuni marmi che si trovavano nello studio dell'artista a Roma al momento della sua morte (1822).
L'edificio venne progettato nel 1836 dall'architetto veneziano Francesco Lazzari. Si tratta di un enorme edificio a forma basilicale, suddiviso in tre campate e con una terminazione semicircolare. Quattro anni dopo la morte dell'artista, nel 1826, lo studio romano fu chiuso da Sartori e le opere in esso contenute furono trasferite a Possagno dopo settimane di trasporto per terra con carri trainati da buoi e per mare. Nel 1853 tutti gli edifici e le collezioni della Gipsoteca e della casa furono ceduti da Sartori al Comune di Possagno.
La Gipsoteca canoviana fu ampliata nel 1957, nell'occasione delle celebrazioni del 200° anniversario della nascita dell'artista, con una nuova e modernissima ala progettata dall'architetto veneziano Carlo Scarpa.

Ala di Carlo ScarpaModifica

Scarpa viene incaricato dalla Soprintendenza delle Belle Arti per la sistemazione dei calchi in gesso in una nuova costruzione. Il lotto a disposizione, annesso al lato ovest della basilica, è di modeste proporzioni, di forma vagamente trapezoidale, e digradante verso valle. Scarpa progetta l’edificio in modo da creare un dialogo tra i vari pezzi nello spazio, qualificato e vitalizzato dalla luce piovente dall’alto. Impone il bianco totale e ridistribuisce ogni statua, improntando lo spazio.
La sala sostanzialmente è unica anche se articolata in zone di differente quota e altezza: una sala centrale di approdo, da cui poi ci si dirige verso quella più alta a parallelepipedo, con i quattro lucernari d’angolo oppure ci si dirige verso quel settore che sensibilmente si restringe in fondo, come ad accentuare la prospettiva, dopo aver superato i due gruppi di gradini e le relative piattaforme espositive. Quest’ultimo ambiente è separato dal corpo basilicale tramite un corridoio aperto, pavimentato con ciottoli bianchi e neri, che sbocca in un piccolo giardino situato al fondo del terreno, in cui è presente anche una piccola vasca d’acqua di forma trapezoidale.
L’ambiente, ad eccezione di uno spiraglio alto e stretto che si apre verso l’esterno, è concepito in modo da escludere visuali, essendo le pareti compatte e prive di affacci; e le due vetrate, in prossimità del gruppo delle “Tre Grazie” e di uno stretto passaggio all’aperto, non consentono di guardare fuori, ma incorniciano: una, la parete dell’aula ottocentesca adiacente, e l’altra, una piccola zona a verde al di là della vasca d’acqua.

L'illuminazioneModifica

La luce e il colore bianco, che la ribadisce e diffonde, sono i caratteri salienti di un intervento allestivo che aderisce alla sensibilità di Scarpa, a cui piaceva molto la luce naturale,ma che corrisponde anche alle esigenze di animazione del gesso.
Scarpa vuole che le statue siano in rapporto tra di loro senza sopraffarsi l’una con l’altra, e non vuole che la luce determini delle ombre troppo nette. Pensa così di disporre gli oggetti in modo che la luce li investa da ogni lato, e per fare ciò bisognava ricorrere ad aperture inusuali nell’involucro. Dall’osservazione degli effetti di luce in una stanza con finestre normali si capisce che agli angoli si addensa l’ombra, e lo stesso accade nel caso di un lucernario in posizione centrale. Bisognava invece aprire la scatola ai quattro angoli, nel punto dove si incontrano i tre piani.

Questa è stata la soluzione adottata nella sala più alta, che presenta: a nord due cubi vetrati che si protendono verso l’esterno mentre a sud il volume dei lucernari rientra all’interno della sala ed hanno una forma a parallelepipedo. Questa soluzione permette che, durante tutti i giorni dell’anno, il sole possa irrompere e dare vita alle statue. La luce del sole dona espressione al gesso, che si arricchisce così di qualità solitamente estranee ad esso e che acquista addirittura una certa luminescenza con il riverberare della luce. Altro fattore determinante sono le pareti, completamente bianche, lisce e lucide, e il pavimento chiaro di pietra Aurisina, su cui rimbalza la luce del sole.

Nel corpo che va verso il gruppo delle “Tre Grazie”, nel punto in cui il soffitto si abbassa si aprono sei lucernari, con vetri opalini, con il lato più lungo verticale che gira per un tratto nel piano orizzontale. Inoltre, verso il fondo, dopo essere discesi di altri tre gradini e dopo una zona in penombra, in prossimità di una parete realizzata in blocchi di pietra, si ritrova una situazione di grande luminosità: una vetrata occupa tutta la parete e gira nel piano di copertura, in questo modo è evitata la formazione di ombre.

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