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Frank Lloyd Wright
Frank Lloyd Wright LC-USZ62-36384
Frank Lloyd Wright
Data di nascita8 giugno 1867
Data di morte9 aprile 1959
Paese di nascitaStati Uniti
Opere principaliCasa sulla cascata
Museo Guggenheim (New York)
Prairie Houses

È raro che un singolo artista sia in grado di ridefinire così profondamente le assunzioni basilari di un periodo, tanto da dover essere considerato isolatamente. Uno tra questi è Frank Lloyd Wright, che emerge come una delle figure fondamentali alla formazione dell’architettura moderna. Dotato di grande calibro creativo e intellettuale, ha saputo dare forma agli interessi di un periodo, influenzandone anche altri lontani nello spazio e nel tempo. Artisti con questo tipo di carisma, come può essere considerato anche Le Corbusier, diventano fondatori di nuove tradizioni.


Wright è riconosciuto come uno dei primi architetti che si è allontanato dall’eclettismo e che, con una elaborata ricerca, ha trovato un nuovo stile basato su una concezione spaziale di piani compenetranti e volumi astratti; uno stile che inseguito si è sviluppato e trasformato nell’International Style, in particolare grazie alla sua influenza sugli sviluppi dell’architettura in Olanda. Le condizioni materiali e culturali del Midwest attorno al passaggio al XX secolo e l’eredità della Chicago School, sono i fattori che hanno indirizzato la sua attività, anche se poi la sua visione andò ben oltre, verso una lettura del territorio e delle città americane e verso un’interpretazione universalizzante di numerose tradizioni orientali e occidentali. In questa direzione, Wright fu in grado di sviluppare un linguaggio architettonico di geometrie simboliche, assorbendo immagini e idee da fonti differenti e creando sia una nuova visione della società, sia delle proprie “regole” di progettazione, come se fossero dei principi guida della sua architettura.


Wright nacque l’8 giugno 1867 dal padre predicatore e la madre maestra. Era quest’ultima che, ancor prima che il figlio fosse nato, nutriva la convinzione che egli sarebbe diventato un grande architetto. Lo educò così con i nuovi metodi pedagogici di Friederich Fröbel , basati sul gioco con cubi, sfere e triangoli di acero che creavano svariate forme, provocando sensazione e combinando volumi , disegni e colori; e Wright si dilettava nel comporre queste semplici figure geometriche in modelli formali in accordo con il suo intuito compositivo. Il padre invece gli impartì un insegnamento musicale, facendogli imparare ad amare Bach e Beethoven; e proprio Wright nella sua autobiografia scrive (in terza persona): “Suo padre gli insegnò a scorgere in ogni sinfonia un edificio, un edificio di suoni”. Un’altra cruciale influenza formativa, tanto precoce quanto forte, fu l’esperienza di lavoro presso la fattoria della zio nel Wisconsin, dove scoprì la natura e la campagna; Wright in seguito rievocò come fosse abitudine per lui concentrare la propria attenzione su un albero, una collina o un fiore, per poi perdersi nell’immaginazione di forme e figure astratte. Dotato di un acuto spirito di osservazione, alla fattoria il ragazzo si immerse nella vita agreste e nell’ambiente naturale: “Gli alberi, diversi gli uni dagli altri, erano come degli edifici ben più meravigliosi di tutte le architetture del mondo”.


Nel 1885 iniziò a studiare ingegneria all’University of Wisconsin in mancanza della facoltà di architettura, ma non ultimò il corso. Si trasferì quindi a Chicago dove lavorò nello studio di Joseph Lyman Silsbee, un progettista di case suburbane; è qui che imparò le norme basilari per la progettazione domestica. Nel 1888 andò a lavorare nello studio di Adler e Sullivan sempre a Chicago; e questo fu l’evento che di gran lunga più conto nella sua formazione. Sullivan in quegli anni era impegnato nell’elaborare i principi e le forme dell’architettura organica, in particolare per la progettazione dei grattacieli; e Wright ebbe con lui un rapporto fondamentale, infatti egli resterà per tutta la sua vita il “Lieber Meister”, l’amato maestro. Wright assorbì il più possibile dal suo maestro, elaborando poi il tutto autonomamente nell’ambito della progettazione dell’abitazione unifamiliare. Anche se aveva ampie responsabilità nello studio di Sullivan, dopo solo 5 anni di lavoro, nel 1893 se ne andò per aprire un suo studio vicino alla propria abitazione a Oak Park, un sobborgo di Chicago. L’abitazione a Oak Park, progettata quando aveva 22 anni, era un’espressione del suo periodo di formazione. Essa presenta elementi propri del linguaggio vernacolare dei sobborghi di Chicago, come la veranda e il tetto aggettante che sono soluzioni adatte alla rigidità del clima e alla capacità di collegare casa e giardino; ma sono anche presenti delle novità riguardo alla sistemazione degli spazi interni: essi scorrono l’uno dentro l’altro e sono regolati da assi che danno la sensazione di una rotazione attorno al cuore centrale, il focolare. Ma l’edificio che rappresentò un grande passo avanti per Wright fu la Winslow House, costruita nel 1893-94 a Chicago. A prima vista risulta subito evidente la formalità: la facciata principale è simmetrica rispetto alla porta d’ingresso, la forma è sobria e definita ma nonostante questo non perde di vitalità. È presente anche una suddivisione orizzontale, infatti l’edificio è costituito da un basamento, una parte mediana e una sommità. La facciata retrostante però è priva della coerenza che si riscontra in quella principale: ha una disposizione delle forme asimmetrica e piuttosto scomposta.


Questi erano gli anni in cui la città di Chicago si stava sviluppando velocemente, così come i suoi sobborghi in cui vivevano comunità borghesi di nuovi ricchi, ma comunque conservatori nei valori. Erano per la maggior parte persone che si erano costruite la propria ricchezza con le loro mani e molti commissionavano la loro abitazione a Wright, che progettava piante logiche e ben elaborate, prestando attenzione anche al progetto degli impianti per l’acqua fredda e calda e talvolta ad un primitivo impianto di condizionamento dell’aria. Le case di Wright rispondevano ai rituali e alle aspirazioni della nuova borghesia suburbana, pur evocando un’immagine tradizionale della casa; per certi versi aiutarono una classe emergente a trovare la propria identità. Il percorso, dalle prime abitazioni della fine del XX secolo al tipo ampiamente sviluppato delle “Prairie House” del primo decennio del nuovo secolo, fu un processo di continue sperimentazioni. Wright aveva delle idee sulle abitazione che portavano l’impronta dei valori delle Arts and Crafts: contenuta semplicità, onesto e diretto uso dei materiali, integrazione dell’edificio con la natura, unificazione degli arredi e degli impianti ed anche espressione di un elevato ideale morale; ma il maestro partì da queste premesse per reinterpretarle radicalmente. Egli, per realizzare la sua sintesi, prese spunto dall’architettura giapponese: aveva già studiato esempi orientali sui libri e nel 1905 andò anche a visitare il paese. L’architettura orientale modulava lo spazio conferendogli un carattere spirituale e Wright restò affascinato da questo modo di progettare, dalle proporzioni raffinate, dall’uso di materiali umili, dalla discreta collocazione nella natura, essendo lui stesso alla ricerca di un’architettura integrale, in cui l’esterno desse l’idea dei volumi interni e in cui la scala umana permeasse tutte le parti. Fu nei primi anni del XX secolo che Wright riuscì a mettere a punto la sua idea e la sua sintesi; infatti nel 1901 pubblicò sul Ladies Home Journal la sua idea per “Una casa in una Prairie Town”: un articolo che riassume tutte le scoperte che aveva compiuto in quegli anni e pone le basi per un grande periodo di creatività che va dal 1901 al 1910. La “casa nella Prairie Town” era formata da lunghe e basse linee orizzontali parallele al terreno del sito, aveva del tetti aggettanti che si estendevano tutt’intorno definendo un’unità vitale e asimmetrica. C’erano pochi muri pieni; gli spazi interni, collegati tra di loro, avevano un carattere spazioso ed elegante e molti arredi erano incorporati alla costruzione. Il cuore della casa era costituito dal focolare, attorno a cui ruotavano tutti gli ambienti.


Una tra le prime opere della fase matura di Wright fu la Ward Willis House del 1902, costruita in un sobborgo a nord di Chicago. È un edificio diviso in quattro ali con un soggiorno che è quasi a doppia altezza; presenta una sorta di percorso che la attraversa: il soggiorno si trova sull’asse principale e da questo si può guardare, lungo un’altra diagonale, nella sala da pranzo dotata di varie viste sul giardino. Quello che risulta da questa disposizione degli ambienti è una specie di “rotazione a mulino”, percepita nelle tre dimensioni come una tensione spaziale che varia muovendosi attraverso gli spazi interni. Per Wright questo dinamismo equivaleva forse alla forza vitale che egli percepiva in natura. Vennero commissionate altre abitazioni a Wright, come la Dana House del 1902 a Springfield nell’Illinois, la Martin House del 1904 a Buffalo (New York) e la Coonley House del 1908 a Riverside. Queste Prairie House avevano la caratteristica comune di essere più grandi di dimensioni rispetto ad altre, ed in esse il maestro dimostrò di saper estendere il proprio vocabolario senza perdere in coerenza. Queste residenze combinavano un’aura di magnificenza e dignità adatta ai loro proprietari con un sottile e raffinato controllo del dettaglio e della scala: il metodo di Wright di organizzare una pianta mediante una griglia geometrica lo aiutò a mantenere dimensioni uniformi e a organizzare assi e direzioni. Nel 1908-10 il signor Robie incaricò il maestro di progettargli una casa su un lotto angolare molto stretto a sud di Chicago. Oltre alla sala da pranzo, al soggiorno, alle camere da letto, alla cucina e ai bagni, richiese anche un’ala per i domestici e una sala da biliardo. Wright progettò così la Robie House che fu una delle sue più limpide espressioni dell’ideale della Prairie House. Organizzò l’edificio in pianta in due fasce coincidenti. La fascia più piccola, collocata sul retro, ospitava il garage, la caldaia, la lavanderia e l’ingresso al piano terra, mentre le camere dei domestici, la cucina e una camera per gli ospiti al primo piano. Nell’altra fascia più prominente si trovavano il camino e le scale, concepiti come un’unità che saliva in alto passando per il centro. La sala dei bambini e quella da biliardo erano al piano seminterrato, mentre il soggiorno e la sala da pranzo erano al primo piano, che assumeva quindi la funzione di “piano nobile”. Queste ultime due stanze costituivano un unico ambiente che risultava parzialmente diviso solo dalla mensola del camino. La copertura nel suo insieme era un ingegnoso dispositivo ambientale che poteva divenire un’imbottitura coibentante in inverno e un condotto per la ventilazione in estate; essa aveva inoltre dei grandi aggetti che si estendevano nel paesaggio, proteggevano le finestre da pioggia, neve e luce abbagliante, e mediavano tra interno ed esterno. Tutte le parti venivano attirate in una composizione, un insieme di idee e forme, di umori e materiali, che trascendevano i meri interessi del periodo. La Robie House si confrontava quindi con l’idea stessa di abitazione, con i suoi bisogni pratici, con i suoi rituali, con le sue sfumature psicologiche. Anche se era un’opera moderna, tendeva verso l’idea delle origini.


Fino al 1910 Wright realizzò prevalentemente abitazioni, ma ricevette anche altri tipi di commesse, dovendo quindi ampliare il suo sistema per rispondere alle nuove domande funzionali ed espressive. Nel 1902 egli progettò il Larkin Building, un edificio per uffici per la Compagnia di ordinazioni per corrispondenza di Buffalo, New York. Il sito era quasi completamente circondato dalla ferrovia e da fabbriche sullo sfondo, quindi sembrava opportuna una soluzione architettonica rivolta all’interno e chiusa ermeticamente. Alte torri poste agli angoli contenevano le scale e l’impianto di ventilazione, e conferivano all’esterno un carattere massiccio e monumentale. Il Larkin Building ricevette generosi riconoscimenti dai progettisti europei che erano in cerca di un’architettura moderna, invece non fu così tanto apprezzato da molti importanti critici americani, che lo accusarono di essere troppo spoglio. Nel 1905 gli Unitariani di Oak Park lo incaricarono di progettare un edificio con una funzione prettamente sacra: lo Unity Temple. I committenti immaginavano l’edificio progettato in maniera tradizionale, con tanto di guglia, ma il maestro insistette per ridefinire il programma e reinterpretare l’idea fondamentale di un luogo assembleare. Esso doveva essere costituito di due sale con differenti funzioni: una per il culto e un’altra per le riunioni; Wright le sistema in due corpi separati, collegati da un corpo più basso che funge da ingresso. Egli scelse come forma generatrice il quadrato, forse perché forma centrale e stabile che implicitamente suggeriva interezza e unità. Ciò che rendeva magica la sala per il culto, che poteva contenere fino a 400 persone, è il trattamento della luce naturale, che penetra dall’alto, filtrata dalle lastre di vetro ambrato del soffitto. Wright quindi non si affidò a un semplice simbolismo, ma all’impatto diretto di spazi e volumi nella luce, pervasi di un carattere spirituale. Nel 1909 accettò l’invito a curare una monografia delle sue opere per l’editore Wasmuth di Berlino, “Wasmuth Volumes”; si recò quindi per alcuni mesi in Europa con la sua amante, lasciando moglie, famiglia e studio. Al rientro negli Stati Uniti, l’eco di questa loro fuga amorosa non si era ancora affievolita e infatti Wright perse molti clienti; ritrovò però la gioia del lavoro nella progettazione di Taliesin. Taliesin venne progettata sulla collina dove c’era la fattoria dello zio, in cui andava sempre da piccolo; in essa il sistema delle Prairie House fu ulteriormente ampliato per accordarsi alle irregolarità del terreno. Si trattava di un complesso organico di edifici, terrazze, cortili e giardini che si snodano sul fianco di una collina, sposandone appunto i dislivelli; le visuali sull’ambiente naturale circostante diventano componenti dell’insieme architettonico. Taliesin divenne quindi il rifugio di Wright e la celebrazione della vita ideale in un ambiente naturale. Ma questa nuova casa, così “intensamente umana”, sarà vissuta felicemente solo per quattro anni: un domestico, che venne licenziato, la incendiò nell’estate del 1914 provocando la morte di sette persone tra cui l’amante di Wright e i suoi due figli. Il conseguente disorientamento psicologico ebbe un considerevole impatto sulla successiva direzione di Wright come architetto.


Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, aveva ormai elaborato un linguaggio architettonico fondato su dei principi, e aveva creato un numero di opere individuali che potevano giustamente essere chiamate capolavori. Aveva ereditato la confusione degli “stili storici” e tratto insegnamenti da differenti culture così come da influenze prettamente americane, per formulare una grammatica progettuale che trascendeva la dimensione locale per dirigersi verso quella universale. La sua influenza in America era già notevole, specialmente tra i seguaci del Midwest della “Prairie School”, ma grazie alla sua monografia “Wasmuth Volumes” e ai visitatori stranieri in America si assicurò che la sua opera venisse conosciuta anche in Europa. In particolar modo in Olanda si venne a creare una sorta di versione mitologica di Wright, e questa fu usata per incoraggiare una serie di teorie e ideali emergenti nella generale ricerca di un’architettura moderna. Dopo la strage di Taliesin, Wright lasciò di nuovo gli Stati Uniti e partì per il Giappone, dove si fermò fino al 1921. L’esperienza giapponese fu un successo, la particolare architettura locale era in linea con i suoi principi e la sua esperienza di architetto occidentale contribuì ad aprirla a istanze contemporanee. Nel 1915 ricevette dall’imperatore l’incarico di costruire il grande Imperial Hotel di Tokio, il cui progetto era basato sul rispetto delle tradizioni giapponesi e sulla seria presa in considerazione dei problemi del luogo e del terreno su cui doveva sorgere, con la consapevolezza che i terribili nemici da cui doveva guardarsi erano i terremoti e gli incendi che ne conseguivano. Gli anni ’20 furono un periodo in cui Wright si aprì a nuovi interessi e suggestioni: osservò con attenzione l’architettura maya in Messico e le opere dei nativi americani. Frutto di questa riflessione sull’architettura autoctona furono soprattutto alcuni edifici californiani tra cui la Hollyhock House di Los Angeles, progettata tra il 1917 e il 1920. Anche per questa abitazione, il rapporto con il luogo e le funzioni richieste determinarono la forma e la scelta dei materiali. Venne introdotto il sistema di costruzione con blocchi di cemento prefabbricati e tenuti insieme con una semplice trama di acciaio; questa tecnica costruttiva comportava una reale economia sui materiali e sulla manodopera, e inoltre rendeva la costruzione antisismica. Ma a Los Angeles i progetti innovativi di Wright non ebbero ulteriore successo, cosicché dopo due anni trascorsi nel Sud-Ovest, l’architetto rientra a Taliesin; che nel frattempo aveva ricostruito, ribattezzandolo Taliesin II affinché “lo spirito dei mortali che l’hanno amata continui a vivere nello stesso luogo. La mia casa è ancora lì”. Anche questa volta un incendio lo distrusse, ma per fortuna senza vittime. Wright caparbiamente ricostruì tutto per la terza volta: Taliesin III sarà il simbolo dell’indomabile carattere dell’architetto, della sua fiducia assoluta in una comunità di progettisti che vivano e lavorino fianco a fianco in un luogo che risponda a un preciso sentore estetico. Taliesin III esiste ancora oggi ed è sede della Frank Lloyd Wright Foundation, conformemente alle volontà dello stesso Wright.


La fine degli anni ’20 coincide con la grande depressione, che ovviamente rallentò anche l’attività del maestro. La forzata inattività operativa non segnò tuttavia una battuta d’arresto nella crescita dell’architetto, che ne approfittò per conoscere meglio i grandi colleghi europei: Le Corbusier e Mies van der Rohe. Frutto di questi anni di studio fu l’approfondimento del concetto di “architettura organica”. Come affermò bei suoi scritti: “…per Architettura Organica io intendo un’architettura che si sviluppi dall’interno all’esterno, in armonia con le condizioni del suo essere, distinta da un’architettura applicata dall’esterno…” Intorno al 1934 i tempi duri della crisi stavano passando; allora Wright ricominciò a progettare e realizzare una serie di opere, declinando concretamente il concetto appena espresso e realizzò quelli che vengono considerati i capolavori della seconda metà degli anni ’30: casa Kaufmann, Taliesin West e le Usonian Houses. Queste ultime, le Usonian Houses, sono un tipo di abitazione che Wright mise a punto come logica evoluzione di quanto espresso con le Prairie Houses, e che meglio si accordavano con il periodo di crisi economica che il mondo stava attraversando. Si trattava di costruzioni a basso costo, ottenuto variando alcune disposizioni interne e usando materiali poco cari, ma mantenendo il loro carattere di architettura organica. La Jacobs House del 1936, con la pianta a L, è considerata il prima esempio di casa usoniana. Nel 1937 Wright decise di costruirsi una casa con relativo studio in Arizona, per passare gli inverni. Sarà il primo nucleo di Taliesin West, il nuovo centro invernale permanente della comunità, fortemente ispirato dal luogo e costruito con le locali pietre colorate e con la sabbia dei fiumi prosciugati del posto. La fine degli anni ’30 segnò un’altra tappa della notorietà di Wright in Europa. Nel 1937 è invitato al Congresso mondiale degli architetti a Mosca, nel 1939 tenne una serie di quattro conferenze a Londra e l’anno successivo anche l’America rende omaggio al maestro, con una mostra dei suoi lavori al Museum of Modern Art di New York.


Nel decennio precedente la Seconda Guerra Mondiale, i più noti sono i capolavori legati a clienti decisamente facoltosi, come i Kaufmann, i Johnson o i Guggenheim. Wright nella sua autobiografia scrisse a proposito di essi: “Quale liberazione di energia creativa per lungo tempo repressa, la preparazione di quei progetti!” Le stupefacenti soluzioni di tali edifici erano anche dovute all’eccezionalità del tema e del luogo. È stato senza dubbio decisivo il sito per la Fallingwater, la Casa sulla cascata; infatti subito dopo la visita del luogo, Wright aveva già in mente l’idea della casa. Ne uscì il suo capolavoro più strabiliante e la casa più famosa del mondo. Su una struttura in cemento armato e pietra arenaria, che contiene il nucleo abitativo della casa, sono gettati, sopra una delle cascate del torrente Bear, dei corpi a sbalzo sbalorditivi. Altro capolavoro degli anni ’30 , quasi altrettanto famoso, è il complesso della S. C. Johnson and Son Company, nel Wisconsin. Si tratta di un edificio amministrativo situato in una zona industriale; sostanzialmente è un grande spazio chiuso e illuminato dall’alto. Si sviluppa orizzontalmente, in una sorta di enorme piattaforma coperta da una struttura di esili colonne cave che si aprono in alto come funghi, in forme arrotondate: dagli spazi tra queste la luce penetra attraverso fasci di tubi di vetro. Wright spiegò la semplicità dell’edificio in questi termini: “L’architettura organica progettò questo grande edificio in modo che ispirasse il lavoro, così come le cattedrali possono confortare la fede”. Anche il Guggenheim Museum di New York del 1943 è considerato uno dei capolavori dell’architetto. Il museo è stato pensato fin dal principio come una passeggiata discendente, attraverso una rampa a spirale, da percorrere iniziando dall’alto. Si trattava di una galleria-rampa, appoggiata a muri leggermente inclinati all’indietro, sui quali presentare i quadri, affinché siano visti sotto la prospettiva e l’illuminazione migliori, con la stessa inclinazione con cui i pittori tengono la tela mentre stanno dipingendo. La luce naturale proviene dalle aperture a fascia nell’alto dei muri, ma soprattutto dalla cupola di vetro che chiude lo spazio a imbuto, formato dai sei piani della rampa. È un museo “organico” di cui la spirale è il simbolo.


Dopo così tanti capolavori l’opera di Wright non accennò ad arrestarsi; anzi, gli anni che vanno dal progetto del Guggenheim fino alla morte, avvenuta nel 1959, furono per il geniale architetto i più attivi della sua vita. La sua immaginazione non venne mai meno: rifletté sul tema della città ideale progettando Broadacre city, la città dell’ampio acro, in cui ogni abitante deve possedere un appezzamento di terreno proprio di questa dimensione. Si interessò anche di edifici a sviluppo verticale, immaginando l’utopistico grattacielo di 529 piani, The Illinois, che sarebbe dovuto essere alto un miglio e ospitare 130 mila persone.


Frank Lloyd Wright si spense il 9 aprile 1959 a Phoenix, in Arizona, all’età di 90 anni. Ha costruito 362 edifici, di cui ancora 300 esistenti. È unanimemente riconosciuto come uno dei grandi architetti del XX secolo.

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